Ormai tormentone di questi mondiali sudafricani queste trombette saranno sfruttate in tutti i modi possibili immaginabili. Si dice che i cinesi si sono già messi a fabbricarle a milioni per rivenderle in tutto il mondo. Ci sono poi i sostenitori di questa mania e invece chi veramente non ce la fa a vedere la partita con questo sottofondo. Per tutto c’è rimedio e allora, sbirciando su wired.it troviamo il modo, attraverso uno specifico software, di eliminare il frastuono. A chi invece piace il “make a noise” sudafricano, apprezzerà molto il bottone che aggiunge l’effetto vuvuzela. Lo potrete trovare da adesso in alcuni video su YOU TUBE, un esempio sul video di Beppe Grillo su Sky Tg 24.

  • Share/Bookmark

Martedì 23 Giugno si è tenuta presso il Cinema Borsi di Prato l’anteprima del film

La Congrega dei folli“, con la regia del regista emergente Jacopo Payar e la produzione di Dreamcommunication ( vedi Rv di maggio 2010).

La congrega è la messa in scena di un film realizzato con soli 1.200 euro e pochi giorni di

riprese in qualità HD. Piccoli errori tecnici assieme ad una storia che in alcune sue sfumature non riesce a convincere, non mancano. Si può apprezzare però l’ironia di alcune scene ed un finale che tenta di ricordare a noi spettatori dove l’infinita avidità umana può portare.

La storia, giocata attorno ad un “monopoli fiorentinizzato”, cerca di indagare la naturale tendenza dei giocatori ( metafora di una più ampia società moderna e capitalistica) ad affidarsi a dei compromessi sporchi e corrotti in cui la dignità di chi si siede al tavolo da gioco verrà insensibilmente calpestata, derisa e lasciata da parte.

Le ultime scene, risveglio delle coscienze anestetizzate dei protagonisti, si presentano sotto forma “moraleggiante” e tentano in chiave brechtiana di far riflettere , chi, seduto dalla parte opposta dello schermo, non sa come va a finire.

Sicuramente un progetto pieno di passione ma non del tutto portato a termine, con scene che annoiano e non riescono a farsi portatrici fino in fondo del messaggio auspicato.

Ad ogni modo elogiabile su tutti i fronti l’intraprendenza di questi ragazzi che tentano di affacciarsi per la prima volta sulla ,non certamente facile, industria cinematografica e culturale. Non passeranno a pieni voti ma un incoraggiamento è d’obbligo.

Bravi ragazzi!

Prossima proiezione: martedì 29 giugno 2010

ore 20.30 e 22.00 al Cinema Borsi di Prato

(Via San Fabiano 49)

  • Share/Bookmark

  • Share/Bookmark

Platone pone una distinzione economico-antropologica tra governo oligarchico e governo democratico. Il primo, a detta del filosofo greco, è il governo dei ricchi sui poveri, mentre nella democrazia i poveri, ossia la maggioranza in qualsiasi Stato, esercitano un potere decisionale.

Per il pensiero platonico la peggiore forma di governo è la democrazia, tenendo conto che nella generalità dei casi, i poveri hanno meno possibilità di coltivare l’intelletto. Sarà quindi preferibile un’oligarchia illuminata. Ma certamente questo non è il nostro caso. Come potrebbe quindi considerare Platone l’attuale status di premier di uno degli uomini più ricchi dello Stato? Oligarchia o piuttosto la perfetta evoluzione democratica?

Per Platone, come è noto, l’anima umana presenta tre differenti centri motivazionali: quello razionale, quello impulsivo e quello desiderativo. Solo per un ristrettissimo numeri di individui la parte razionale detiene il comando; per la maggior parte degli uomini presenta invece un’anima dominata dalle parti irrazionali. La maggioranza non sarà quindi in grado di governare e si affiderà al comando della ragione che proviene dall’esterno. In altre parole, è meglio essere governati dalla ragione di un altro piuttosto che dagli istinti irrazionali. E la storia dell’Italia, con quell’indimenticabile ventennio, ci rende antropologicamente affini a questa visione sociale.

Per rispondere alla domanda precedentemente formulata usiamo un passo del libro “Contro la Democrazia†dove, nella prefazione, Franco Ferrari traduce un pensiero platonico:

“Secondo Platone l’esito demagogico della prassi democratica non rappresenta un elemento accessorio di quest’ultima, ma ne segna in qualche misura l’esito inevitabile. Ai suoi occhi la demagogia, anzi, costituisce una tappa fondamentale del processo che porta all’attuarsi del destino della democrazia, il quale risiede nella più terrificante delle forme di governo: la tirannideâ€

Il demagogo è colui che attraverso la retorica e le false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore e alimenta la paura e l’odio verso l’avversario politico.

Come dire che se Berlusconi chiamasse comunisti magistrati, giornalisti e avversari politici, se utilizzasse slogan che distinguono un partito “del bene†da un partito “del maleâ€, se ad ogni campagna elettorale proponesse, ingannando, meno tasse, sarebbe un demagogo ideale. E se tentasse di assoggettare la magistratura, con la separazione delle carriere, al Parlamento, controllasse la maggior parte dei media nazionali e strutturando la gerarchia partitica sotto forma piramidale, il demagogo si trasformerebbe in tiranno.

Nel “Gorgia†Platone sviluppa un’ analogia tra la vera politica e la medicina; arrivando a sostenere che:“il demagogo si comporta come cuoco e non come medico; si limita a compiacere il suo interlocutore, adulandolo, ma in ultima analisi procurandogli un danno incalcolabile.â€

Sarebbe inutile negare che, leggendo le splendide pagine platoniche della “Repubblica†in cui viene descritto il passaggio, quasi naturale, della libertà della democrazia alla feroce dittatura della tirannide, si viene percossi da un brivido: i meccanismi attraverso i quali il popolo si consegna nelle mani del tiranno hanno qualcosa di sinistramente attuale, su cui vale forse la pena riflettere.

A proposito della libertà, osserva che essa è destinata ad auto-negarsi e a sfociare nel suo opposto, la tirannide, che comporta la completa eliminazione della libertà dei cittadini.

Recita testualmente Platone in “Repubblicaâ€: “L’uomo libero può esercitare la sua assoluta libertà prima di tutto sfidando le leggi e, infine, sfidando la libertà stessa e invocando a gran voce un tiranno? Non si tratta affatto di una possibilità remota (…) Tutte le volte che ciò è avvenuto ha posto in una disperata posizione intellettuale tutti quei democratici che adottano, come base ultima del loro credo politico, il principio del governo della maggioranza o una forma simile del principio di sovranità.â€

In poche parole l’opposizione democratica, essendo in difficoltà ideologica tra lo scacciare il tiranno e accettare l’espressione di voto della maggioranza, propenderà per accettare l’instaurazione della tirannia e, spesso, parteciperà alla sua instaurazione con il silenzio.

Ma perché possiamo denominare tirannide e non oligarchia illuminata l’attuale situazione politica italiana? Per Platone la demagogia costituisce in un certo senso il lato complementare dell’incompetenza; non possedendo un sapere specialistico relativo al bene della città. L’unica dote di un demagogo consiste nella capacità di persuadere gli elementi irrazionali. Nel 2006 andarono in onda alcuni servizi della trasmissione satirica Le Iene (Italia 1), in cui ad alcuni parlamentari venivano rivolte domande di cultura generale. L’esito fu insieme esilarante e sconfortante.

Il presidente Berlusconi ha quindi perfettamente ragione quando parla dell’Italia sottoforma di Stato democratico. Purtroppo.

  • Share/Bookmark

“Fin dall’inizio il nostro sogno è stato diventare dei socrate della lotta armatail tempo materiale: inevitabilmente sconfitti ma orgogliosamente sconfitti. E a quel punto, nella sconfitta, invincibili.”

Il tempo materiale di Giorgio Vasta è un libro difficile da definire. È un libro necessario.

Non è un romanzo che definirei “belloâ€. Non mi piace com’è scritto, anche se effettivamente non avrebbe avuto nessun senso immaginarlo scritto diversamente. È una scrittura che a tratti, soprattutto nelle prime pagine, può innervosire.

Poi diviene anch’essa necessaria – un’infezione, una malattia.

Il tempo materiale è un libro inverosimile.

(Ma questo è legittimo. Nessuno pretende che un romanzo racconti la verità. È il patto. Solitamente decidiamo di prender parte alla finzione non appena abbiamo il libro in mano.)

Dobbiamo stare ai giochi.

Siamo nel 1978. Tre ragazzini, a Palermo, diventano brigatisti.

La furia e la rabbia chirurgica di una piccola cellula terroristica è amplificata dall’età di questi bambini. Ma tutto è talmente crudele e malato che pure l’assurdità dei ragionamenti dei tre piccoli compagni risulta coerente. Non stupisce più, ferisce e basta.

Non è un libro sul terrorismo italiano in senso classico, non è quel libro in cui si prende la parte del poliziotto buono, o ci si deve immedesimare col brigatista. È impossibile immedesimarsi, bisogna solo leggere e soffrire.

Il tempo materiale è un libro sul linguaggio, sugli alfabeti, sulle parole. Il rapporto tra le parole ei corpi e il mondo.

È un libro che non arriva al cuore e neppure al cervello. Va alle viscere e le ritorce.

Viene costantemente da chiedersi: è necessario tutto questo male? La risposta è sì: è necessario.

Perché Cappuccetto Rosso, se non incontrasse il lupo, arriverebbe dalla nonna e non avrebbe imparato niente. È l’esperienza del male a dar senso al racconto.

Il rischio è che una volta chiuso il romanzo, l’infezione non se ne sia andata, che sia rimasta in circolo. Il mio stomaco – per esempio – è sempre un po’ agitato.

Ma l’importante alla fine, come ci insegna il giovane Nimbo, è essere ancora in grado di piangere.

Giorgio Vasta – Il tempo materiale
311 pag., 13,00 € – Edizioni minimum fax 2008 (Nichel)
ISBN 978-88-75-21188-2

  • Share/Bookmark

  • Share/Bookmark

  • Share/Bookmark

  • Share/Bookmark

  • Share/Bookmark

  • Share/Bookmark