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Alì: il lavoro, la dignità, le vacanze. Una storia come tante.

la spiaggia di Tamaricciu28 luglio 2010.

Il vento spazza la spiaggia di Tamaricciu senza pietà. Eppure la Corsica non la ricordavamo così ventosa. Ad ogni folata si alzano lenzuoli di sabbia che ti si infrangono addosso, frustandoti. Il mare sembra una di quelle piscine con le onde artificiali: verde, cristallino e gonfio. Le barche hanno tutte la punta rivolta verso il mare: fissano un punto all’orizzonte, come se volessero scappare. Mentre gli ombrelloni combattono invano una battaglia contro il vento che li vedrà inesorabilmente sconfitti, si avvicina un, venditore da spiaggia. Nero come la pece, una pila di cappelli in testa, un borsone in una mano e nell’altra la celebre mensolina porta occhiali. Tutti uguali, dirà qualcuno. Eppure, ognuno ha la sua storia, vera ed unica. La sua la racconta mentre contratta il prezzo di un cappellaccio finto Panama, di quelli bianchi, con la tesa larga e una striscia di velluto nero alla base della falda. Dopo aver chiarito che la sigla made in P.R.C. indica che il cappello è stato prodotto in Cina, e non in Porto Rico, risponde ad alcuni dei nostri dubbi di gusto sul cappello, e lo fa in modo sorprendente, dato il personaggio, il luogo e la situazione: -No, non è tamarro-. - E tu come fai a sapere cosa vuol dire “tamarro”?-, la domanda era inevitabile. Così inizia il suo racconto.

Come molti nella sua stessa condizione, viaggia molto, cercando sempre qualcosa da fare per poter sopravvivere, e ovviamente, è stato anche in Italia. Anzi, è proprio da li che viene: di inverno lavora al mercato di Torino, è in Corsica per fare “la stagione”. Gli domando se ha un padrone, un caporale, un boss. La sua risposta è tanto pronta quanto ironica: “Ma che padrone, il padrone ti sfrutta e ti rompe i coglioni”. Alì, questo il suo nome, lavora in proprio. E’ originario del Senegal, ma ha passato molto tempo in Italia. Sbarcato a Catania, lì che ha lavorato per qualche tempo prima di trasferirsi nelle Marche, alla ricerca di un lavoro più dignitoso. Li è stato assunto in una fabbrica dove è rimasto per sei anni. Poi è arrivata la crisi, che si è portata via il suo contratto a tempo determinato. Ogni giorno andava in fabbrica in bicicletta, confidiando nella clemenza del clima. Un giorno un suo collega italiano, Lorenzo, lo prende da una parte e gli dice: -Alì, la bici non va bene per venire a lavorare. Da oggi ti passo a prendere e ti riporto io a casa, con la macchina-. A sentirlo Alì quasi non ci crede. Neanche i suoi amici senegalesi ci credono quando glielo racconta. Poi hanno conosciuto Lorenzo, e ci hanno creduto.un venditore da spiaggia

Il primo pensiero è così naturale e banale: ce ne fosse di più di gente così. Gente come Alì, coraggioso e pieno di dignità; gente come Lorenzo, disponibile e pronto ad aiutare qualcuno come se fosse un fratello.

-Ogni tanto lo chiamo- continua a raccontarmi Alì -gli dico: cosa fai lì d’estate, vieni qui in Corsica al mare!- Gli chiedo sa ha famiglia in Senegal -Ancora no, ma quasi. Ho un accordo con una ragazza senegalese, ma ancora non è niente di definitivo-. Poi fa un precisazione, accompagnata da un gesto esplicativo, con uno stile tipicamente italiano -Comunque l’ho già collaudata.-

Alla fine viene fuori che alloggia nel nostro stesso campeggio e lo salutiamo dandoci appuntamento alla serà, per un caffè e altre chiacchiere. Mentre si allontana sudato e carico di roba penso che tra tre giorni inizierà il ramadam e  lui dovrà lavorare tutto il giorno in spiaggia, sotto il sole, senza mangiare e senza bere. Io non ce la farei. Lui, a quanto pare, si.

Comments (2)

 

  1. Giovanni Macca scrive:

    Questo è un signor pezzo… this is the way!

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