Roma. Piazza San Giovanni. E’ una tiepida giornata che annuncia la primavera quella che fa da sfondo alla manifestazione elettorale del Pdl in sostegno ai propri candidati nelle tredici regioni che si pronunciano per rinnovare il proprio Consiglio il 28 e 29 Marzo. Nella Capitale sono accorse diverse migliaia di persone, chi per fede, chi per avere i cento euro promessi dalle agenzie interinali che avevano reclutato manifestanti tra il numero crescente di disoccupati in Italia, chi per far sventolare bandiere con croci celtiche e chi per esibire cartelli contro Santoro, personaggio che sembra diventato il più odiato tra i sostenitori del Pdl.
«Siamo più di un milione!», dichiara dal palco il Coordinatore Nazionale Denis Verdini, salvo poi essere smentito addirittura dalla Questura, che ha ridotto la cifra a poco più di centomila unità, e dalla stessa effettiva grandezza dello spazio occupato dai manifestanti. Ma è il solito balletto delle cifre, a cui siamo abituati ogni giorno dopo una qualunque manifestazione. La gran parte di quelle persone, comunque, è giunta sin lì per ascoltare solo lui, Silvio Berlusconi. Il Presidente del Consiglio, infatti, prende la parola sul palco, salutato da un’ovazione generale ed inizia il suo discorso che sembra di aver già sentito milioni di volte negli ultimi anni, cambiando lo slogan a seconda dell’occasione ma con contenuti sempre uguali a sé stessi. E’ un’orazione, quella di Berlusconi, che ben poco ha di argomenti riguardanti le questioni regionali ma che si incentra piuttosto sull’autoreferenzialità e sull’autocelebrazione di un governo che viene presentato come unico paladino della libertà in opposizione ad una sinistra dispotica e sadica.
L’intero discorso del premier, infatti, si basa sulla opposizione del “noi contro di loro”, sulla necessità di operare una «scelta di campo» come se i grigi tempi della guerra fredda fossero riaffiorati in tutta la loro forza. Ma si capisce fin da subito che è un discorso che ha come obiettivo principale non il convertimento dei votanti a sinistra quanto piuttosto la mobilitazione e la partecipazione alle urne del proprio elettorato, forse conscio di avere ancora la maggioranza dei consensi ma non più ampia come qualche mese fa e costretto a sperare in una bassa quota di astensionismo nel proprio bacino di voti.
Il discorso inizia con l’esaltazione sfrenata dei sostenitori del Pdl, gli unici «uomini che amano la libertà e che vogliono restare liberi» secondo il Cavaliere. E’ buffo rilevare come negli ultimi mesi sia stato proprio il premier a lamentarsi del clima di «odio e invidia», come è scritto sullo sfondo del palco, eppure sia proprio lui, ormai da quattordici anni, a demonizzare sempre il suo avversario. «Morte, miseria e terrore» disse qualche tempo fa a proposito delle radici storiche della sinistra italiana. Nelle sue frasi, poi, il Presidente del Consiglio identifica il popolo italiano esclusivamente con i propri elettori e la folla si eccita e si galvanizza, facendosi sentire con cori da stadio a cui il Capo del governo risponde con la propria ironia, dando vita ad una scenetta di avanspettacolo come ormai gli italiani si sono abituati a vedere. Ma non si fa attendere più di tanto l’attacco all’opposizione, descritta minuziosamente da Berlusconi come liberticida e collusa con la «magistratura politicizzata». Il premier, infatti, afferma che la manifestazione in questione è stata organizzata per «reagire a due mesi di attacchi ingiusti ed offensivi da parte della sinistra e dei suoi giudici» e per difendere il «diritto a non essere spiati». «L’Italia sarebbe meno libera se tornasse al potere la sinistra», afferma con voce tonante il Presidente del Consiglio, dato che la sinistra coltiva «la cultura dell’invidia sociale e dell’odio» e, riferendosi alla questione delle liste elettorali nel Lazio, «non condivide le regole del gioco». Quest’ultima frase, in particolare, è la solita berlusconiana affermazione di disprezzo verso qualunque forma di legge che regoli l’agire politico in questo Paese, dato che a suo avviso la sinistra dovrebbe accettare la presenza della Lista Polverini (cioè la lista del Pdl nel Lazio) pur essendo essa stata presentata oltre i limiti di tempo consentiti e con molte ombre sui suoi nomi.
Dopo aver citato il testo di propaganda televisiva del ’94 che sancì la sua «discesa in campo», il Cavaliere esorta la folla a rispondere ad alcune sue domande retoriche. Tralasciando le considerazioni sulle tecniche avanspettacolari che ormai hanno invaso la politica, ciò che più preoccupa è che una tale tecnica retorica nei comizi non si era praticamente più vista in Italia dai tempi di Mussolini affacciato dal balcone di Palazzo Venezia. Questo parallelo angosciante viene utilizzato da Berlusconi per chiedere al popolo, che risponde all’unisono come un’armata dinanzi al proprio generale, se volesse un governo di sinistra che raddoppierebbe le tasse, imporrebbe imposte patrimoniali oltre misura, aprirebbe le frontiere agli immigrati, utilizzerebbe intercettazioni a tappeto e la giustizia a fini di lotta politica e permetterebbe «risse e pollai» nella Rai, riferendosi alle trasmissioni di Floris e Santoro. Ma non può mancare la stoccata alla magistratura, che secondo il premier è diventato ormai un attore politico rosso a tutti gli effetti che lo perseguita da ormai sedici anni, forse ignorando il fatto che quasi la totalità delle indagini a suo carico sono partite ben prima di quel ’94 a cui lui si riferisce. «Le intercettazioni sulle mie telefonate», dice riferendosi alle indagini della Procura di Trani, «sono niente di più che inchieste sul nulla» e lascia partire un attacco ai magistrati accusandoli di essere al soldo della sinistra che utilizza le intercettazioni su di lui come strumento politico. «Volete essere spiati anche nelle vostre case?», chiede ai manifestanti evitando così di parlare dei contenuti delle sue telefonate, mostrandosi come vittima di un sistema che viola la libertà privata e di cui la sinistra si fa portatrice. La vecchia tecnica dello “scaricabarile” e del complotto contro di sè seduce il popolo del Pdl sotto il palco che urla e fa ripartire i cori da stadio del proprio repertorio.
Il premier passa poi all’autocelebrazione, componendo un elenco dei «miracoli» del suo governo, a partire da salvataggio di Alitalia per passare ai rifiuti di Napoli, per finire con le riforme dell’istruzione e della sanità ed il superamento della crisi, avvenuto «prima e meglio degli altri Paesi» e «stando vicini a coloro che hanno rischiato e rischiano di perdere il posto di lavoro». Peccato che in realtà le scuole e le università italiane cadano a pezzi, che l’Italia sia uno dei Paesi in cui la crisi economica cesserà più tardi a giudizio di molti economisti e che la disoccupazione stia crescendo al ritmo dell’1,5% annuo e che sia stata fatta molta più attenzione ai finanziamenti per le imprese che alle tutele per i lavoratori. Ad ogni modo Berlusconi sembra continuare a vivere nel suo mondo a parte, fatto di Arcore, Milan e Tg1, e prosegue il suo comizio rivestendo nuovamente i panni di un maestro che interroga i suoi alunni. Ripropone domande ai manifestanti, chiedendo se volessero il Pdl al governo anche nella propria regione, se volessero l’attuazione del “Piano casa” per l’espansione della planimetria immobiliare, una sanità che diminuisse i tempi di attesa, una delegificazione degli Statuti regionali ed una minor burocrazia. Queste, con l’aggiunta di piantare almeno cento milioni di alberi in ogni regione ed un aumento delle piste ciclabili, le promesse elettorali, un po’ scarne di sostanza e molto vaghe nella forma.
Quando il comizio ormai sta per giungere a termine ecco l’entrata in scena di Umberto Bossi, il quale prende la parola per alcune battute e il quale viene elogiato dal Presidente del Consiglio come «uomo di grande misura e di grande equilibrio».
Prende impegni, Berlusconi. Traccia gli impegni del governo per i prossimi tre anni di legislatura, promettendo riforme istituzionali, quali riduzione dei parlamentari, elezione diretta del premier e del Capo dello Stato, la riforma della giustizia, la riforma fiscale e, per la gioia del Senatùr appena intervenuto, la riforma federalista. La lotta alla mafia è un’altra promessa del premier. A tale proposito egli è gaudente, si mette la stella d’oro sul petto attribuendo al governo il merito di averle inferto colpi molto duri ma senza ricordarsi, forse, che potere esecutivo, potere legislativo e potere giudiziario operano in autonomia reciproca e che quindi per gli arresti e le confische alla mafia vanno ringraziate le forze di polizia ed i magistrati tanto invisi al Cavaliere. Senza contare, poi, che in un’intercettazione telefonica tra boss mafiosi viene detto esplicitamente che con la sinistra al governo Cosa Nostra «potrebbe espatriare», facendo capire quale forza politica è di gran lunga la preferita dall’elite dell’associazione criminale.
Siamo agli sgoccioli e il capo del governo vuole chiudere il comizio con un qualcosa che non si era mai visto in Italia: il premier chiama sul palco i tredici candidati per il Pdl alle elezioni regionali e fa loro giurare il programma poco prima promesso alla folla. E’ un giuramento di fedeltà al governo ma soprattutto alla figura di Silvio Berlusconi. Questa pratica ricorda molto da vicino l’insediamento dei prefetti in epoca fascista, costretti a giurare di seguire per filo e per segno le disposizioni del governo mussoliniano, ma soprattutto sa molto di ennesimo insulto alla Costituzione da parte del Cavaliere. L’art. 67 della Carta, infatti, sancisce il divieto di mandato imperativo, ossia il divieto per ogni politico di essere sottoposto a vincoli sia dal corpo elettorale sia dal proprio partito di affiliazione, come invece il Pdl ha fatto con i suoi tredici candidati. Volendo questo giuramento, questo strumento propagandistico usato reiteratamente da Berlusconi, ha delle connotazioni ancor più gravi. Come si può, infatti, far giurare a candidati alla presidenza di regioni completamente diverse tra loro di attuare medesime misure indistintamente, prescindendo dalle situazioni particolari di ogni contesto territoriale? Se, ad esempio, il candidato presidente del Pdl per la Campania viene eletto e l’attuazione del “Piano casa” rischiasse di fornire vantaggi e speculazioni alla Camorra, rendendosi preferibile una sua non attuazione, come dovrebbe comportarsi il governatore in questione? Rispettare la parola data con tanto di mano sul cuore al proprio Presidente ed ai propri elettori o operare per l’interesse pubblico? Purtroppo di questo il Cavaliere non ha parlato ma ha terminato così il comizio, con una folla in delirio ed un intero popolo pieno di dubbi.
Un’ultima analisi deve essere fatta a proposito di una delle promesse sui prossimi impegni governativi. «Vogliamo vincere il cancro!», ha detto impetuoso il Presidente del Consiglio. Se nel resto del suo discorso si è avuta la riesumazione di tecniche pseudo fasciste e la benché minima considerazione della legge e della Costituzione qui Berlusconi è andato ben oltre. Si avventura nella speculazione sul dolore altrui, nell’utilizzazione della sofferenza come leva per promesse messianiche che solo Dio, per chi ci crede, potrebbe fare. Illudere chi ogni giorno lotta tra la vita e la morte è quanto di peggio possa essere fatto da qualsiasi uomo. Lo sfruttamento delle debolezze delle persone, delle loro difficoltà, è la più grande forma di vigliaccheria che un Presidente del Consiglio potrebbe utilizzare. “Intendeva dire che il governo si impegnerà per migliorare la sanità e la ricerca contro il male assoluto”, è stato il commento preferito dai sostenitori del Pdl. Ma forse non sanno, e lo stesso premier magari non è a conoscenza del fatto, che proprio il governo in carica ha previsto nella propria legislatura continui e crescenti tagli alla sanità (1,5 miliardi di euro nel 2008, 2 miliardi nel 2010 e 3 miliardi nel 2011) e che l’Italia è all’ultimo posto in Europa a livello di finanziamenti per la Ricerca. A questo punto Berlusconi dovrebbe spiegare, in tali condizioni, come può pensare di sconfiggere una malattia come il cancro, considerato che anche con un impegno concreto di grandi proporzioni la lotta a tale malattia rappresenterebbe comunque una battaglia assai difficile da vincere. Ma è soprattutto l’utilizzo in sé della sofferenza per scopi elettorali ciò che urta di più, perché se la promessa fosse stata fatta ad un convegno sulla sanità, pur rimanendo una forma di messianismo utopico, avrebbe avuto un altro sapore. Ma per Berlusconi, si sa, non è certo una novità usare qualsiasi mezzo, lecito ed illecito, morale ed amorale, per avere il potere. Berlusconi ha sempre sfruttato le carenze della legge per costruire la propria fortuna, disprezzando ed eliminando ogni norma che fosse di intralcio per i suoi scopi. Ma strumentalizzare il dolore era una cosa che ancora, forse, non aveva mai fatto. Con lui, però, ormai ci si deve aspettare di tutto. Ma proprio di tutto. |