D’inverno vendono fazzoletti, accendini e calzini; d’estate occhiali da sole, e braccialetti. Gli africani che si trovano in Italia vengono costantemente riforniti della merce più adatta per ogni stagione. Ma non solo; la merce viene scelta anche in base al luogo dove avviene la distribuzione.

In Salento potrai vedere leccesi e baresi vendere cocco e mandorle sulle spiagge, ma non riuscirai a vedere un solo africano carico come un ciuco che vaga per le assolate spiagge del tacco d’Italia. I più sostano davanti o dentro i campeggi più grandi con la loro merce. Qui non esistono solo i classici venditori, alcuni di loro si occupano esclusivamente della vendita della marijuana. Questi vivono e “lavorano†all’interno dei campeggi e spesso puoi intravvederli nella calca di una serata reggae. Una comunità senegalese rastafariana che non solo è perfettamente amalgamata con le regole del campeggio, e del Salento ma forma una vera e propria crew con un certo potere. Tutti li salutano, tutti li ringraziano e nessuno gli rompe le scatole. Un vero e proprio bacino di sfogo dove pugliesi e forze dell’ordine tacciono sullo smercio della ganja. Ma basta andare verso Taranto per rendersi conto che la situazione è diversa; lì puoi imbatterti in carabinieri in costume da bagno che passano una giornata al mare con la famiglia e, all’uscita dalla spiaggia, se ti hanno visto fumare uno spinello, ti seguono, ti affiancano col motorino (magari in due e senza casco) e ti fermano. Ti ritirano la patente e ti aprono le porte del Sert, augurandoti una buona vacanza.

I venditori di merce legale escono dal campeggio in tarda mattinata e portano i loro prodotti davanti agli altri campeggi e alle spiagge, finendo di lavorare nel tardo pomeriggio. Gli altri venditori gozzovigliano, fumano e si rilassano per tutto il giorno tra le comodità di un’amaca o di una roulotte ricoperta da teli raffiguranti i classici della cultura reggae: L’Africa, la bandiera della Jamaica e l’immancabile volto di Bob Marley. Questi ultimi sono i più occidentalizzati: tranne la sempre presente capigliatura rasta, le collane e i braccialetti etnici; girano in pantaloncini corti, magliette, infradito e indossano grandi occhiali da sole. Gli altri portano variopinti indumenti con immagini che inevitabilmente riconducono all’Africa, adornati da collane di ogni tipo, girano sempre scalzi, che ci sia cemento, terra o ghiaia. Due cose li accomunano: i rasta e le donne. Tutte rigorosamente bianche. Tutti estremamente socievoli, non mancano di augurarti una buona giornata come si fa normalmente tra vicini di tenda. Se hai l’occasione di chiacchierare con uno di loro, ti racconterà che hanno mogli italiane e d’inverno lavorano nei cantieri edili. Chi a Napoli, chi a Bari.

In otto giorni solo una volta hanno suonato i jambe intonando canti etnici tra balli, risate e tante, tantissime canne. Chi alloggiava nei bungalows dietro di loro si era lamentato e per questo non potevano suonare spesso. Un peccato data la ritmicità e la sincronizzazione di questi musicisti; un sound che difficilmente non attirava l’attenzione e che facilmente si prestava ad un accenno di ballo. Questo probabilmente è stato l’unico fastidio che questa piccola comunità ha avuto.

La mattina la sveglia era all’insegna di un reggae proveniente dalla loro roulotte e copriva piacevolmente la tecno di altri campeggiatori. Inizialmente potevi rimanere infastidito da questo tipo di sveglia, poi ti ci abituavi e il reggae conciliava non solo la sveglia ma anche un probabile riposino pomeridiano.

Arriva la fine della vacanza, sia per noi che per loro. Era Mercoledì e uno di loro mi dice che non possono viaggiare in questo giorno, anche se non riesce a spiegarmi bene il perché; dice solo che porta sfortuna. Un po’ come il Sabato per l’ebraismo, del quale la cultura rasta porta le radici. Un problema facilmente arginabile avendo una donna bianca che può fare da autista. Sulla strada di ritorno incrociamo John seduto tranquillamente al posto del passeggero.

Da svariati anni, ogni estate questa comunità alloggia sempre nello stesso paese vicino Lecce, sempre nello stesso campeggio; forse i Sud Sound System si sono ispirati proprio a loro quando parlano di cultura jamaicana salentina.

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E’ un personaggio della subburbia statunitense, il pretesto di questa piccola testimonianza sul popolo americano. Un popolo molto attento ai media dove risaltano classifiche di vendita di prodotti un tempo bistrattati, come barattoli e buste per congelare gli alimenti, e che ora schizzano al primo posto insieme ai prodotti stagionali; il nostro caso studio che andremo a scoprire vive già la sua vita, da molto tempo, abitando in un arredamento di fortuna. E’ il caso dunque di Alfredo Mira. Lui, le case e i giardini degli altri li dipinge nei suoi quadri, e una volta dipingeva anche quello che la gente mangiava.

Siamo andati a trovarlo, e ci ha parlato del suo modo di reinventarsi un lavoro, pur nelle proprie difficoltà, col suo sguardo insolito sulla vita del cittadino americano medio. Per lui il tempo si è fermato, dipingendoli i bei giardini americani.

Siamo a Boston. Andiamo a trovare Alfredo Mira in un sotterraneo con i tubi della fognatura a vista. Ex monaco negli anni Sessanta, sposato due volte. Ora fa il guardiano di una casa dello studente, ma abitandovi nella cantina con appunto le condutture del palazzo che gli passano nella camera da letto, stampa cartoline e segnalibri religiosi che spedisce via posta a chi gli invia offerte in denaro. Viaggia su una vecchia automobile degli anni 60 bianca e rosa con su scritto GOD BLESS YOU (che dio ti benedica). Uomo di grande cultura, ma ha due figlie che non possono andare al College.

Perché secondo te negli Stati Uniti la gente ama così tanto tenere in ordine il pratino di casa?

Perché qui ci sono molti ricchi. Siamo in un paese molto ricco degli Stati Uniti. Non abbiamo bisogno di far crescere frutta e verdura nel giardino dietro casa, e li compriamo.

Io stesso che vivo in queste semplici condizioni non ho la pazienza e nemmeno sarei in grado di gestire un’economia domestica agraria dietro casa, c’è gente molto più brava di me a gestire un’economia, vivo con poco e mi basta. Ora è difficile anche trovare le galline.

Lo sa che invece in Italia anche un ricco potrebbe avere una gallina nel giardino, soprattutto per le uova fresche?

Gli americani dall’inizio del secolo sono cambiati moltissimo rispetto ai cambiamenti di altre popolazioni, la libertà di viaggiare li ha formati. Nel 1945 la mia famiglia abitava a New York e mia zia nella strada vicino aveva un pollaio dietro casa. Però la legge oggi dice che non puoi avere polli. Quindi c’è un interesse economico delle grandi aziende. Tutto deve essere pompato, grande, consumato in grosse quantità.

Pensa che quando eravamo ragazzi ci divertivamo a sparare pallottoline ai polli di mia zia e poi quando lei li cucinava, li trovava misteriosamente dentro il povero animale.

Ora non le si può tenere nel giardino anche perché il vicino protesterebbe per il rumore.

Perché dipingi dunque le ville e le abitazioni anche sfarzose della gente del Massachussettes?

All’inizio facevo ritratti, dipingevo i volti… Di tutte le creature dell’universo voglio bene di più alle persone, sono le cose più belle, quindi ho dipinto per tanti anni le loro facce… ma ora la gente è molto nervosa, non riescono a rispettare un appuntamento per farsi ritrarre, mi fanno uscire pazzo, però una cosa molto personale per loro è la loro casa, e quindi invece di dipingere loro, dipingo ciò che piace loro e in pratica la loro casa. Quindi campo così…mi piace vedere i loro volti mentre stanno compiendo un gesto importante anche come mangiare. Cosa difficile anche da digerire per uno spettatore americano, dove il cibo non è importante purtroppo.

Credo che nei tuoi quadri ci siano sguardi spenti e tristi, che nascondono felicità.

Prima di tutto, i miei ritratti nel passato erano piuttosto seri. Oggigiorno c’è sempre gente che sorride forzatamene a denti aperti, non c’è spontaneità, io non dipingo questi tipi di quadri. Nel momento in cui una persona sta posando, stiamo comunicando … e mentre io ti sto dipingendo tu stai cambiando le espressioni, ed io sto catturando il movimento, le smorfie, le espressioni cangianti, forse un occhio ha una espressione e un altro no, e poi quando guardi il ritratto di solito sembra parzialmente vivo con tante espressioni, ed è in quel momento che un ritratto ha successo, io mi ricordo che una persona ha detto del ritratto che gli avevo fatto di suo figlio…che c’erano 15 smorfie dentro.

Ci sono molte categorie di smorfie ed espressioni mentre faccio ritratti.

Se tu hai un’espressione eroica come Garibaldi, come in una scultura, devi sembrare un grande guerriero, se lui avesse avuto questa espressione in faccia o meno non importa: questo era il suo monumento. Poi hai l’espressione di una persona che sta per esempio cucinando, o espressione di pulirsi i denti o qualsiasi altra cosa, un’espressione momentanea della faccia; un altro soggetto potrebbe guardare una parete vuota nel silenzio, e quindi questa è l’espressione della sua mente e del suo pensiero, quando lasci il soggetto a guardare la parete automaticamente viene fuori quello che sta pensando… Qualche volta… l’artista dipinge una persona con cui ha un rapporto, per esempio tu ora mi stai ascoltando e mi stai rispondendo, e questa è un’altra espressione di nutrizione. C’era una persona che si chiamava Diego Velasquez che riprendeva queste reazioni. Anche in Franz Hals, artista olandese, sembra che i soggetti si divertano con l’artista. Perché quest’ultimo amava soggetti che chiacchierassero e ridessero. Poi c’è un altro tipo di ritratto, che non è come artista vede te né te come vedi l’artista, ma è come Dio vede te. E questo è molto difficile, perché l’artista deve mettersi nella stessa sintonia di Dio, noi artisti non siamo poi molto santi.

Dipingere le case, i giardini e i volti, quanto può aiutare l’americano medio a specchiarsi nei suoi beni?

Mio padre era italiano, siciliano, mi raccontò di quando aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale e che non aveva acqua per una settimana…ma per fortuna ha fatto la guerra solo per un mese e poi l’hanno mandato a casa. Dopo tutti questi sacrifici, è normale che uno dimentichi da dove viene una volta approdato nella prosperità. Forse questa è anche la fortuna e la sfortuna allo stesso momento dell’americano di oggi: voler avere tutto e subito, starsene comodo e avere tutto a portata di mano, compreso le nature morte e i cibi che una volta dipingevo con più frequenza rispetto alle case.

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Causa problemi di connessione, RV può riportare le sue avventure in quel del 67° festival del cinema di venezia solamente adesso. Prima di parlare dei film e dell’atmosfera che si respira, ci preme informare i nostri lettori di un problema organizzativo devastante. Ogni volta che chiedevamo informazioni ci venivano dette cose diverse. Siamo stati in coda 3 ore nella speranza di vedere machete ieri alle 24, ma nessuno si era degnato di informarci (a quache giornalista è arrivata una mail nella tarda mattinata) che era necessario prenotare i biglietti al ticket office per gli spettacoli della sala grande: risultato, 150 giornalisti in coda per essere poi chiusi fuori. Nella mattinata di oggi le cose non sono cambiate molto, alle 11 del mattino le 3 (tre!!) casse miste pubblico/stampa hanno creato una fila lenta e nervosa (1h e 20 minuti). Non si può lasciare le sorti del festival in mano a 3 cassieri, specialmente se i metodi che devono usare per erogare i biglietti si rivelano essere macchinosi e poco pratici. Creare una cassa solo per gli accrediti sarebbe stato semplice quanto risolutivo, ma pare che l’organizzazione non sia di casa da queste parti.

Ma torniamo al motivo per cui siamo qui, ovvero the goddamn cinema.

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Una valida dimostrazione di come dovrebbe funzionare la democrazia nel nostro paese. Senza filtri di giornalisti appannati, senza violenza, faccia a faccia con i politici che abbiamo votato. Purtroppo non abbiamo tante occasioni per incontrare i rappresentanti parlamentari. Questa volta invece l’occasione c’è stata e il popolo dei presenti ha detto quello che pensava a uno dei tanti corrotti che ci comanda.

E’ successo nel centro di Como dove Marcello Dell’Utri avrebbe dovuto parlare dei suoi, probabilmente falsi, diari del Duce. Erano tutti lì per lui. Ma non tutti per ascoltarlo. Alcuni, giovanissimi, erano arrivati perché avevano visto su Facebook il gruppo “No a Dell’Utri a ParoLarioâ€. Massimo e i suoi amici avevano mandato una pioggia di email e avevano autoprodotto un po’ di volantini, piccolissimi, su cui era riportata la parte finale della condanna a Dell’Utri in appello, a sette anni per “concorso nelle attività dell’associazione di tipo mafioso denominata Cosa nostraâ€.

Armando Torno, giornalista, saggista e amico del senatore Pdl, ha preso la parola in perfetto orario. Ma quando ha passato la parola, è partito il primo intervento non programmato dal pubblico: “Ma vi sembra giusto aver invitato qui un condannato in appello a sette anni per mafia?â€. Si scatena un applauso e poi cori, slogan, canti che si fermeranno solo mezz’ora più tardi, quando Dell’Utri, sconfitto, scende dal palco e se ne va.

Questo il video dell’intervento postato su YOUTUBE, tratto da www.quicomo.it

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la spiaggia di Tamaricciu28 luglio 2010.

Il vento spazza la spiaggia di Tamaricciu senza pietà. Eppure la Corsica non la ricordavamo così ventosa. Ad ogni folata si alzano lenzuoli di sabbia che ti si infrangono addosso, frustandoti. Il mare sembra una di quelle piscine con le onde artificiali: verde, cristallino e gonfio. Le barche hanno tutte la punta rivolta verso il mare: fissano un punto all’orizzonte, come se volessero scappare. Leggi il resto »

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GRAZIE A TUTTI PER LA STORICA PARTECIPAZIONE…

CI VEDIAMO ALLA PROSSIMA BATTAGLIA…

(FINE AGOSTO DATA DA DEFINIRE)

TENETEVI AGGIORNATI!

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Trovato l’accordo tra Youtube e Siae. I due sono riusciti a trovare un accordo, infatti d’ora in poi Google, proprietaria del canale video più grande del mondo, pagarà una cifra forfettaria alla società di editori e autori italiana. La SIAE ha provato, e prova tuttora a contrastare la pirateria, ma il mondo cambia e con l’era di internet si è dovuta rassegnare. Adesso tutti possono ascoltare musica gratuitamente, con questo accordo quindi, sarà possibile ricompensare gli artisti in base agli ascolti su Youtube (anche quando i brani sono montati su video). Google, secondo le dichiarazioni dell’accordo, assicurerà un trattamento adeguato agli autori e agli artisti, indipendentemente da una loro appartenenza a un etichetta.
per maggiori info: http://www.siae.it/edicola.asp?click_level=0500.0100.0200&view=4&open_menu=yes&id_news=9444

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Anche quest’anno un ritrovo di artisti da tutti i paesi per la 23° edizione di Mercantia, il più grande Festival Teatrale di Strada.Sembra di camminare in mezzo ad un set.Un delirio di gente, un esplosioni di suoni e spettacoli in giro per le vie della bellissima Certaldo. Potrete trovare giocolieri, attori, mimi, gruppi musicali e soprattutto bande in giro per il paese, potrete seguirle e saltare fino a che il fiato ve lo permette. Bene arrivare per le 21.00, quando partono i primi spettacoli, per poi replicare alle 24.00.

Lasciatevi trasportare, fin dal tramonto Angeli bianchi immobili sulle mura e trapezisti del Nuovo Circo che volteggia no nel vuoto, accoglieranno gli spettatori alle porte del borgo medievale di Certaldo, il paese di Giovanni Boccaccio, un borgo ancora intatto in tutto il suo fascino. E gli spettacoli inizieranno, ogni sera, con le migliori street band italiane e le più originali parate di strada teatrali:

Carillon, Zastava orchestra, Bandita, Aleph, Nouvelle Lune.

Dalle ore 22 si tacciono le bande e iniziano gli spettacoli veri e propri nelle decine di giardini interni, piazze, vicoli, torri e sottosuoli: dal Nuovo Circo, al teatro popolare, al cabaret, alla danza, alla prosa. Tante le proposte dei generi più tradizionali del teatro di strada: teatro di figura, burattini, marionette, e poi spettacoli di equilibrismo e giocoleria strutturate con scenografie e coreografie, le famiglie d’arte, i seguipersone, i mimi e altro ancora. Decine e decine di gruppi, per oltre trecento artisti coinvolti nel Festival, che è impossibile nominare uno ad uno.

Ultime serate stasera Sabato 17 Luglio e domani Domenica 18.

info: http://www.mercantiacertaldo.it/

Presto saranno disponibili Foto (su picasa) e Video (RIOTVANvideo) della serata di Giovedì 15

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L’Italia svetta nella classifica dei Paesi i cui Governi più di frequente si rivolgono a Google per chiedere la rimozione di contenuti pubblicati online o l’accesso ai dati degli utenti, piazzandosi al settimo posto in termini di richieste di rimozione (prima di noi solo Brasile, Germania, India, Stati Uniti, Corea del Sud ed Inghilterra) e, addirittura, al sesto se si guarda alle richieste di dati personali (in questo caso dietro Brasile, Stati Uniti, Inghilterra, India e Francia).

Il Governo italiano, infatti, in soli sei mesi, tra il 1° luglio 2009 ed il 31 dicembre 2009 si è rivolto a Google 57 volte per chiedere la rimozione di informazioni e/o contenuti e ben 550 per avere accesso ad informazioni e dati personali degli utenti. Si tratta di dati, già a colpo d’occhio, ben poco lusinghieri e confortanti che divengono addirittura preoccupanti se si prova a leggere tra le pieghe delle statistiche pubblicate – sebbene tra mille cautele ed avvertenze circa il loro carattere poco scientifico e non esaustivo – da Big G.

da Wired.it

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ECCO PERCHE’ VOGLIONO IL BAVAGLIO! read more……



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