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Immigrazione

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A partire dal 1980-85 il flusso migratorio in Italia si inverte. Fino ad allora circa 26 milioni di italiani avevano lasciato alle spalle la loro terra  verso l’Europa oppure si erano imbarcati verso le terre d’oltre oceano.
Lo sbarco di immigrati albanesi nel porto di Brindisi  nel marzo del ’91 segna una svolta: l’Italia si trasforma nella nuova America dei Balcani, e con essa tutta l’Europa viene investita da un flusso migratorio che la porterà, nel marzo del 1995, a firmare gli accordi di Schengen volti a eliminare i controlli interni all’Europa per i cittadini dell’Unione.
Tanti sono invece i vincoli per l’entrata di cittadini extracomunitari. I flussi migratori sono stati regolamentati predisponendo un tetto massimo di ingressi che si differenza per ogni paese non Europeo: tetto che è fissato tramite accordi bilaterali di carattere politico-economico. L’Italia si adegua a questi accordi con la legge Turco-Napolitano: si definiscono le distanze tra immigrato regolare e immigrato clandestino. il primo è costretto a passare tra varie peripezie burocratiche, con tempi di attesa lunghissimi per non divenire irregolare; il secondo se riconosciuto è destinato all’espulsione passando attraverso i CPTA, centri di permanenza temporanea e accoglienza.

Nel 2002 arriva poi la Bossi-Fini, che riduce drasticamente la possibilità di un regolare ingresso da parte degli immigrati: più difficili le concessioni per il ricongiungimento familiare, permesso di soggiorno concesso solo con un contratto lavorativo (di 6 mesi) già accordato: ovvero il datore di lavoro dovrebbe assumere il cittadino extraeuropeo quando ancora si trova nel paese di origine. Allunga i tempi di detenzione nei CPTA fino a due mesi, e prevede il reato di immigrazione se l’immigrato è nuovamente identificato sul territorio italiano nonostante abbia già ricevuto il foglio di via.
Ma a testimonianza di quanto il confine tra legalità e illegalità sia labile, vi sono le numerose sanatorie indette dal 1986 a oggi. 1.474.951 gli immigrati che da perseguitati sono stati assolti, 650.000 dei quali regolarizzati solo nella sanatoria del 2002.
Nel 2006 si aprono le frontiere a Romania e Bulgaria, dopo il loro ingresso nell’Unione Europea: non ci sono più ostacoli per i cittadini dell’Est in Italia, nessun politico solleva la questione immigrazione o la questione sicurezza, e nessuno denuncia la mancanza di posti di lavoro. Diversamente dagli altri paesi europei, non si controlla neanche la fedina penale di chi varca le frontiere. Ai tempi non c’era certo l’intenzione di rinunciare alla possibilità di accogliere nuova forza-lavoro in nero per l’edilizia. Tantomeno di rinunciare ai guadagni di un’industria a basso costo, sui territori dell’Est. Non ci fu la volontà da parte di certe fazioni di diffondere paura e insicurezza, che si sa, costituiscono in tempi di crisi, un valido elemento di destabilizzazione.

Pacchetto (in)sicurezza
Questa volontà traspare  perfettamente invece dagli ultimi provvedimenti presi dal governo in materia di immigrazione, culminati con il nuovo ddl 733-B il celeberrimo pacchetto sicurezza, che dal 2 luglio scorso è legge. Questo decreto però sembra che con la sicurezza abbia ben poco a che fare: essa è infatti sottratta a coloro che, richiedendo asilo, dovrebbero essere i più tutelati, in un governo democratico.

Ecco quindi le dolci novità introdotte: pene per i reati commessi dagli immigrati, aggravati per la semplice colpa di non essere nati e cresciuti in Italia; aumento del periodo di reclusione nei CIE (centri identificazione ed espulsione, sono i vecchi CPT) fino ad un anno e mezzo; tasse sulla cittadinanza e sul permesso di soggiorno, da adesso a punti, che diminuiscono ad ogni reato commesso; limitazioni ai permessi di ricongiungimento familiare ed alla concessione dello status di rifugiato; pene severe per chi occupa suolo pubblico o case abbandonate; infine, introduzione del reato di immigrazione clandestina.

è lo status di un cittadino che determina la sua colpevolezza: in Italia si nasce criminali solo perchè i nostri genitori non sono “regolari”. possono partire denunce dall’anagrafe, dai presidi e dai medici: i diritti fondamentali di ogni uomo o donna cadono.

Con queste norme si chiude una solida porta, che blocca le entrate legali ai cittadini non-comunitari, e si rende la vita a quelli già presenti sul suolo italiano un piccolo personale inferno: sarà di una facilità imbarazzante ritrovarsi rinchiusi, incriminati ed espulsi anche solo a causa di ritardi sul rinnovo del permesso di soggiorno.

l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr)  ha accusato  il presente decreto di violare un diritto riconosciuto a livello mondiale, come quello del diritto di asilo, e di criminalizzare eccessivamente lo straniero. Testualmente è stato fatto notare da uno dei nostri rappresentati politici che “l’Onu non serve a una mazza”. E quindi avanti, con una legge che lede diritti fondamentali e viola la convenzione di Ginevra.

Nei CPT libici dove i barconi sono rispediti, effettivamente, l’Onu può fare ben poco: «La Libia non ha firmato la convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati, non ha un sistema di asilo in linea con gli standard previsti, e noi non possiamo entrare in tutti i centri di detenzione» afferma Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr.

Ma senza andare così distanti, possiamo soffermarci un momento sulla nostra Costituzione, tanto odiata e bistrattata: «Lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana ha diritto d’asilo nel territorio della repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge» così recita l’Articolo 10.

Per chi non lo sapesse, questo significa che ad ogni cittadino straniero deve essere permesso di fare domanda di asilo, domanda che deve essere vagliata e poi nel caso respinta, attraverso un iter che lo vede ospite dello Stato Italiano. Nonostante tutto, certi politici esultano ad ogni respingimento dei barconi, che si trasformano in oggetto di propaganda per una nuova politica all’insegna della sicurezza. E della completa violazione dei diritti umani.

Corrotti internazionali
I Cpt italiani «assomigliano molto a campi di concentramento ed è meglio esaminare nei luoghi di partenza se gli immigrati possano avere diritto di asilo» Silvio Berlusconi.

Che storia portano con sè i migranti che approdano in Italia?

A svelarlo è stato Fabrizio Gatti, grande giornalista dell’Espresso.

Tra gennaio e febbraio almeno 10.000 persone hanno attraversato il Sahara, al prezzo complessivo di 2 milioni e mezzo.
Sono pedine inconsapevoli di un gioco infinitamente più grande di loro, infinitamente disumano.
1500 euro è invece il prezzo del mare, che separa i migranti dalla costa di Lampedusa, il prezzo che ogni persona paga alle tasche dei trafficanti.
In media, il 12% di loro muore nel tentativo di raggiungere le coste europee.

Ma partiamo dall’inizio, dalle origini di una guerra che è frutto delle profonde contraddizioni del continente africano.
Protagonista il Niger tra più grandi esportatori di uranio, e contemporaneamente, uno dei pesi più poveri del globo.

I conflitti in questa regione nascono ufficialmente nel luglio del 2007, ma già dal febbraio, gli scontri tra il commando tuareg Mnj e l’esercito del Niger non si risparmiano.
A sostenere i guerriglieri tuareg è la Francia (il colosso nucleare francese Areva non aveva ottenuto il monopolio dei permessi sui giacimenti di uranio) e la Libia che nel dicembre sigla un “accordo di cooperazione per lo sviluppo dell’utilizzazione pacifica dell’energia nucleare”. Nella sua visita in Nigeria, alla fine di marzo, Gheddafi aveva fatto visita ad Agadez, rifornendo gli Mnj di armi e munizioni.

Gli scontri continuano. Nel novembre 2008, guerriglieri tuareg, militanti libici e nigerini si incontrano ad Agadez per far ripartire il traffico di clandestini verso l’Italia, bloccato dal 2005: un guadagno per tutti, tranne che per i futuri migranti. Si fanno accordi anche sui giacimenti: Areva si aggiudica 5 tonnellate di uranio l’anno, per 35 anni.

Gheddafi, che intanto è Presidente dell’Unione Africana impone l’amnistia ai tuareg. La copertura finisce, le tensioni si sciolgono negli interessi del potere. Il 24 febbraio 2009 La Francia conquista il suo cliente per superare la crisi finanziaria di Areva: in Italia torna il nucleare.
Il cerchio si chiude.

Ma  in che maniera i migranti stranieri respinti dall’Italia sono accolti nei CPT libanesi, e per quanto tempo ancora, nonostante i guadagni, la Libia sarà disposta a farlo?
Già l’11 maggio un barcone che trasportava 69 migranti, anime e volti, è stata respinta sia da Malta che dalla Libia.

Il 30 dicembre 2007 il nostro allora ministro dell’Interno Giuliano Amato firmò per i risarcimenti di guerra alla Libia per 5 miliardi, che si traducono in cemento per la costruzione di un centro di comando a Tripoli, dove soldati italiani e libanesi farebbero utilizzo di codici di comunicazione in uso da parte dell’Italia e dei suoi alleati. Le polemiche sono arrivate subito, sia dalla Nato che dallo stato maggiore italiano. Ma non importa. I soldi promessi arrivano con Berlusconi.

Lo scorso 2 marzo il nostro presidente del consiglio ha incontrato Gheddafi. L’accordo stipulato prevede impegno e collaborazione nel settore della non proliferazione delle armi di distruzione di massa e del disarmo. Accordo che intanto è stato rivendicato contro chiunque osasse parlare di violazione dei diritti fondamentali verso i respingimenti. Ma come Gatti ci racconta è solo “carta straccia”:è così che la Libia può “ricattare” l’Italia. L’accesso ai satelliti è indispensabile per controllare nel territorio il flusso di migranti, ci dicono.

In realtà è il denaro ricavato proprio dalla tratta che acceca i soldati libanesi. Acceca la Francia. Acceca l’Italia.
Nelle prime settimne di maggio si sono riuniti a Tunisi, i broker, produttori dei barconi, ed emissari, che alimentano la tratta umana, per decidere nuove rotte in alternativa a quella Libanese, la speranza condurrà i migranti da Annaba in Algeria e fino a Cagliari in Sardegna. Ma non per tutti.

<<Gheddafi è un leader di libertà>>
Silvio Berlusconi

Diritti scaduti
3813. questo è il nuovo nome di Abid, dopo essere entrato nel CPT di Bologna, nell’agosto 2005. lui lo aveva chiesto di voler tornare in Marocco, di non voler restare lì.
Abid vede pregiudicati, persone che hanno finito di scontare la pena ma che si ritrovano irregolari nel suolo italiano. Ma non solo. Intere famiglie, oppure persone che la famiglia l’avevano lasciata altrove, come lui. Sono tutti vestiti uguali qui, e non possono uscire. Possono avere pochissimi contatti con l’esterno, un paio di telefonate. una volta oltrepassato quel filo spinato devono lasciarsi indietro cellulari e qualsiasi altro strumento in grado di documentare ciò che si trova al di là. Il personale interno è quello della confraternita della misericordia e marocchini e ghanesi sono lì per il servizio di mediazione culturale. Ma la salute dei “prigionieri” è molto spesso trascurata, e intere etnie non possono contare su un traduttore in molti dei centri. Abid vuole andarsene, vuole tornare in Marocco. Ma tra quelle mura deve vivere per un mese: i giudici di pace non hanno voluto credere che venisse dall’Olanda, e che li aveva pure preso un master. Proprio perchè aveva studiato aveva potuto aprire un internet point  a Firenze con la famiglia della sua futura moglie, che già da lui aspettava un figlio. Abid suo figlio lo vedrà dopo due anni. Abid avrebbe dovuto rinnovare il visto qualche giorno dopo l’arrivo dei poliziotti all’internet point quel 6 agosto. Ma in quel momento il suo visto era scaduto. E con quello i suoi diritti.

di Lorenzo Lombardi e Martina Miliani

Ringraziamo Christian De Vito per la sua gentile collaborazione.

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