«Siamo alla fine del XX secolo. Il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche. Sulla faccia della terra, gli oceani erano scomparsi, e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti. Tuttavia, la razza umana era sopravvissuta.»

Chi non si ricorda questa introduzione, chi non si ricorda lo squallore e le lande desolate di un mondo post atomico, chi non si ricorda il guerriero legittimo successore della Divina Scuola di Hokuto probabilmente non capirà neanche la similitudine.

Il mondo Nba sconvolto dall’ “esplosioneâ€Â  di contratti in scadenza, si presentava ad un mese dalle Finals vinte dai Lakers ancora in subbuglio. LeBron James, “Flash†Dwayne Wade, Bosh, Stoudemire, Paul Pierce, Nowintzky, Joe Johnson, insomma un insieme di stelle bastante per riscrivere il firmamento del basket più spettacolare del mondo era pronti a muoversi, chiaramente a colpi di verdoni.

Le detonazioni all’inizio sono state “strozzateâ€, le bombe (di mercato) sono state almeno in parte disinnescate: infatti i primi a battere un colpo in questa folle post season sono stati gli Atlanta Hawks, che capendo di non poter avere la principessa del ballo si sono accontentati dell’amore del buon Joe Johnson che, per 119 milioni di dollari in sei anni, si è “accontentato†e ha riposto nel cassetto i sogni di gloria in quel di NY, magari sperando di aver la gradita compagnia della principessa sopra citata. A deludere chi voleva una campagna acquisti stellare è arrivata poi la firma di Dirk Nowitzki (80 milioni in 4 anni) che ha scelto di non divorziare dal primo amore, la “sfortunata†Dallas. Intanto franchigie che si erano praticamente autodistrutte per avere più soldi a disposizione da sborsare per coloro che dovevano dargli nuova gloria, cominciavano a tremare: NY, aveva puntato tutto su questo 2010, smantellando la squadra negli ultimi due anni per avere spazio salariale e comprando una stella (Stoudmerie) proprio per essere la più appetibile (economicamente, visto il contesto sportivo deficitario) destinazione per LBJ; a Chicago prima della chiusura del mercato avevano provato a divenire meta intrigante per l’aspirante erede della Divina Scuola del 23 e perché no, per quel ragazzo figlio della Windy City, che aveva fatto fortuna a Miami. In New Jersey, dove da smantellare ci sarebbe solo lo stadio, (all’uscita di un casello autostradale, in un non-luogo; vedesi i sopra citati “squallore e desolazoneâ€) il miliardario russo Prokhorov si muoveva sul mercato, ma non sembrava in grado di convincere nessun top free agent a firmare per una squadra che l’anno scorso aveva “onorato†il suo nome riscrivendo il libro dei record alla poco lusinghiera voce: stagione con meno partite vinte (12 vittorie su 82 partite). A L.A., intanto, la sponda povera, quella degli sfigati Clippers, sperava nel miracolo perché la squadra c’era e c’è, e una star l’avrebbe resa una contender. A Miami invece scorreva sicurezza, Dwayne Wade non voleva un’altra casa, ma quella che aveva voleva arredarla meglio e così, rispettando un patto stretto a Pechino con la maglia a stelle e strisce, Bosh decideva di essere l’armadio a muro in Stile Impero di “Flashâ€.

Insomma come detto “polveri bagnate†e mercato ancora assonnato, già, fino a quando, come nei migliori disaster movie alla tv viene annunciato il giorno del non ritorno:

Giovedì 8 luglio ore 21.00.

Il giorno, La data, il target, il timer che tiene con il fiato in sospeso, che va fermato un secondo prima della detonazione. Sul palinsesto ESPN per quel giorno è programmata lo show in diretta mondiale.

Lo show è “The Decisionâ€, quanto di più americano esista, un programma intero per sentir dire ad un omone che gioca col 23 cosa farà il prossimo anno sportivo. Passano i minuti e dopo le classiche frasi di rito, arriva il “momento Jerry Scotty” :«Quale accendiamo?», tensione a mille, timer che corre implacabile verso il triplice zero che segna la fine…

“I’m going to take my talents to South Beach and join the Miami Heat.â€

http://www.youtube.com/watch?v=RTeCc8jy7FI

La bomba atomica esplode, un esplosione silenziosa, ma allo stesso tempo sconvolgente, l’erede della sacra scuola si unirà a Dwayne Wade e Cris Bosh, formando un terzetto che, a livello di talento, forse non ha pari nella storia di questo meraviglioso sport. Miami esulta, dovrà far quadrare i conti, completare la rosa, gestire talento ed ego sconfinati, scegliere la via giusta per gestire un trio ad un bivio: o gioca con tre palloni, o asfalta chiunque, ma con tre così si può considerare l’unica oasi felice. A Cleveland si bruciano magliette e si odia il ragazzo di casa, quello che c’eravamo tanto amati, quello che aveva donato prestigio ad una squadra, quello che l’aveva resa una contender, quello che aveva cancellato quel fastidioso “Cleveland: the mistake by the lakeâ€, quello delle Finals contro San Antonio, quello che non c’è più, quello che se ne va da vigliacco, da perdente, quello che:«Ora che se ne va lui altro che crisi economica! Sarà meglio svaligiare supermercati finché vendono qualcosa», quello che anche il suo ex presidente già odia. NY si dispera, dopo due anni di saldi, in cui ha svenduto un roster si ritrova con poco o niente, Los Angeles, sponda povera, rimane indifferente, come la classica “bruttona†all’ennesimo rifiuto, New Jersey e Jay Z (azionista della squadra e amico di Lebron) rinunciano all’immediata gloria e puntano su di un progetto a più lungo termine, ma quello che viene dal sito dei Chicago Bulls, o forse farei meglio a dire dalla Sacra scuola di Hokuto, è il messaggio più duro di questa Nba trasformata: «Uno show televisivo? Il vero 23 queste cose non le avrebbe mai fatte».

Non ci sono più aspiranti maestri per la Sacra Scuola di Hokuto… sì, ce n’era uno, ma ora gioca col 6 nel caldaccio afoso di Miami.

http://www.youtube.com/watch?v=c3_yl_Azrls



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