MAPS: DIETRO UN RICORDO

Il salotto di Maps

Il salotto di Maps. L’autore durante la sua chiacchierata con Andrea Falcone

 

La sera del 26 giugno mi trovo alla Pescaia di Santa Rosa, una striscia di cemento che taglia in due l’Arno poco prima del ponte Amerigo Vespucci. Sono a Firenze. Attorno a me, per i successivi chilometri di Lungarno che arrivano, almeno credo, sino al Ponte Giovanni da Verrazzano, decine, centinaia, migliaia di persone stanno col naso all’insù a osservare i fochi che celebrano il santo patrone della città, San Giovanni. A decine, centinaia, migliaia, quelle stesse persone tengono in mano smartphone, tablet e fotocamere per immortalare il momento, prima che questo, come qualcuno disse prima di me, si perda nell’ombra insicura del ricordo. Conservare un ricordo, tenerlo vivo nell’eternità per come realmente è stato, è ambizione insita nell’essere umano e deriva forse dalla consapevole fragilità della vita, e quelle persone, nel rispondere all’esigenza di conservare un istante a loro grato, hanno smesso di viverlo per osservarlo ora e (forse) poi.

Mi sono chiesto allora cosa valesse di più, se un momento vissuto o la necessità di preservarlo per quello che è. La tecnologia ci aiuta in questo, anche se ha sostituito una necessità con un’esigenza. Qual è il vero ricordo: io che guardo i fochi o io che fotografo i fochi? Dubbi. Non mi hanno certo privato del sonno e presto ho dimenticato.

Il giorno successivo, un pomeriggio caldo e afoso tipico dell’estate fiorentina, non il più caldo che ricordi, a che ricordi, mi trovo seduto su una poltrona rossa posta all’ombra di un albero in riva all’Arno. Sorseggio tè freddo e mangio biscotti posti dentro un cofanetto come uno skyline cittadino. Sotto di me un curioso tappeto, il cui ricamo richiama il profilo aereo di un centro storico cittadino, mi separa dalla sabbia di una spiaggetta in cui sorge un cocktail bar e della gente prende il sole. Provo la stessa sensazione che si può avere nel coricarsi su di un letto posto al centro di una carreggiata stradale. Spiazzante. Il mio interlocutore, seduto a sua volta su una poltrona rossa uguale alla mia, prende appunti seguendo il discorso che io faccio e lui stesso traccia con domande e parole chiave, che altro non fanno che aprire le porte della mente per far sgorgare fuori ricordi come un flusso di coscienza inarrestabile e, scusandomi per il banale paragone, devo precisare che non mi trovo né da uno psicanalista né perso in qualche confuso sogno che prova a raccontarmi qualcosa in merito alle digressioni della sera prima, smarrite ora in fumosi ricordi.

“Quando giriamo per le nostre città, quanto sentiamo che ci appartengono? Un angolo abbandonato, la piazza del mercato o un pezzo di argine del fiume incolto cosa ci riportano alla mente, sono davvero stati sempre così e come potrebbero diventare tra 150 anni?”

Certo, questa non è la mia città, dico al mio interlocutore, seppur la viva da cinque anni. Ma cinque anni, nella storia di una città come Firenze, rischiano di essere effimeri, un nulla. Cosa cambia? Un palazzo in più o in meno in periferia; un sindaco nuovo; una viabilità invertita; un festival; un’estate più o meno calda. Nuove amicizie che nascono e altre che terminano. Ma la sostanza. La sostanza è quella, e c’è chi di ricordi legati a questo posto ne ha certo più di me e avrebbe ragione maggiore a occupare questa poltrona rossa in cerca della propria Madeleine. Ma il ricordo non necessariamente è personale, mi fa notare il mio interlocutore.

Un particolare del salotto di Maps

«Se possedessi una capsula del tempo, cosa vorresti preservare? Cosa vorresti che vedessero, tra 100 anni, le persone che vivranno dove stai vivendo tu oggi?»

Mentre prendo il caffè al bar sotto casa, respiro quell’aria ormai soffocata in una città che ha fatto

di se stessa una vetrina, splendida aggiungiamo pure, da guardare e mai toccare, che mira a scrollarsi di dosso quel provincialismo che tanto l’ha resa unica, tra personaggi di passaggio e vite vissute per il tempo di un negroni dentro quell’amata e decantata internazionalità che tanto ci dovrebbe aiutare a farci sentire cittadini del mondo, ma manca di umanità profonda (e non profonda umanità). Si trova radicata nei solchi dei marciapiedi battuti, andata e ritorno, per anni e anni, dalle stesse suole che lasciano la loro impronta, il cui eco riecheggia nell’aria se solo ci si fermasse ad ascoltarlo oltre lo srotolare plastico delle ruote dei trolley, menestrelli di altre fugaci partenze e arrivi. Poso la tazzina, e tendo l’orecchio verso quel cianciare a tratti incomprensibile di persone cui nessuno ha detto come e cosa bisogna ricordare.

Ecco, sono sicuro di aver risposto così perché sento il mio ricordo farsi vivo dagli altoparlanti di un PC portatile. Ma la mia memoria ha una voce diversa e sussurra alle orecchie la visione di un me con smartphone in mano che mostra al proprio interlocutore un video in cui decine, centinaia, migliaia di persone in fila sul Lungarno filmano i fochi. Avevo paura, come loro, di non riuscire a ricordare?

  • Maps è un progetto di InQuanto Teatro: LINK
  • La prima fase, la raccolta dei ricordi, si è svolta nelle piazze di Firenze tra il 26 e il 30 giugno. La seconda fase si svolgerà tra il 24 e il 31 luglio.
  • QUI una nostra intervista ai realizzatori