SALVADOR DALÍ E IL SOGNO DEL CLASSICO: TRA MICHELANGELO E RAFFAELLO

di Dario Baldi

Dalla Rivoluzione francese si è sviluppata la viziosa tendenza rincretinente a pensare che i geni (a parte la loro opera) siano degli esseri umani più o meno simili in tutto al resto dei comuni mortali. Ciò è falso. E se ciò è falso per me che sono, nella nostra epoca, il genio dalla spiritualità più vasta, un vero genio moderno, è ancora più falso per i geni che incarnarono l’apogeo del Rinascimento, come Raffaello genio quasi divino”.
Salvador Dalí

 

Un assurdo presente, un impossibile passato e un improbabile futuro. Sono questi i tre tempi in cui viveva l’anima e il cuore del grande Salvador Dalí, maestro del surrealismo onirico e scenografico.
La mostra “Dalí, il sogno del classico” (Pisa, Palazzo Blu, fino al 5/2/2017) tenta di ripercorrere il tragitto spirituale dell’artista di Figueres, in particolare la sua verve artistica che evolve dallo spirito classico e rinascimentale, quello di Michelangelo e Raffaello su tutti.

 

Paesaggio di Portlligat

Paesaggio di Portlligat

Le prime due tele che si ammirano sono il “Paesaggio di Portlligat” (1950) e “L’Angelo di Portlligat” (1952): entrambe raffigurano il paesaggio che l’artista vede ogni mattina affacciandosi dalla finestra della sua camera e sono caratterizzate da un sapiente uso dello spazio che è la cifra stilistica propria dell’artista spagnolo. Nei due dipinti si notano figure angeliche che costituiscono fantasmatiche cornici della spiaggia.

Inizia poi un itinerario espositivo diviso in tre sezioni dedicate alle xilografie che illustrano l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso della Divina Commedia dantesca, commissionate nel 1950 dal Ministero italiano della Pubblica Istruzione. Le sezioni sono intervallate da dipinti, tutti risalenti al 1982, ispirati a sculture di Michelangelo.

Nella stanza dedicata all’Inferno spiccano alcuni lavori che mettono lo stile di Dalì in primo piano: nella “Partenza per il grande viaggio (Canto I)” si ravvisano i grandi vuoti spaziali che mettono l’individuo di fronte al nulla, in “Minosse (Canto V)” una figura dall’anatomia deformata si staglia di fronte ad uno spazio prospettico, e ne “I bestemmiatori (Canto XIV)” un’altra figura mostruosa viene rappresentata in uno spazio vuoto e acromatico. “Gli abitanti di Prato (Canto XXVI)” mostra umani dismorfici che appaiono davanti agli occhi di Virgilio, mentre ne “I falsari (Canto XXIX)” un umano è stavolta smembrato e crocefisso davanti a Dante.

Infine ne “Gli uomini che si divorano tra loro (Canto XXX)” due masse informi – che sono certamente figlie dell’opera del 1929 “Il Grande Masturbatore” – sono alloggiate su un nuovo piano prospettico.
Nella stessa stanza dedicata all’Inferno sono poste due tele che omaggiano Michelangelo. In “Eco Geologico”, dalla Pietà, i corpi della Vergine e di Cristo perdono la loro consistenza, sciogliendosi per far intravedere il paesaggio di un’isola con una piccola catena montuosa, nel quale si distingue il volto di Gesù. Nell’omaggio al “Ragazzo accovacciato” le pennellate distese trasmettono la percezione del movimento presente nella scultura.

 

Eco Geologico

Eco Geologico

Nella stanza dedicata al Purgatorio si ravvisano nuovamente acquarelli affini alla poetica daliniana: le donne nude e sformate de “Gli indolenti (Canto III)” e de “Il sogno (Canto IX)”, l’ammirazione e l’estasi ne “La bellezza delle sculture (Canto XII)”, la visione orrorifica in “Lasciando la cornice dell’ira (Canto XVII)”, le sculture immaginarie in “Avarizia e prodigalità (Canto XX)” e il simbolismo del “Dante purificato (Canto XXXIII)” dove il vate appare dentro il corpo di un angelo – con una rappresentazione che richiama “Eco Geologico”.
Nella medesima stanza vi sono altre due opere omaggianti Michelangelo. Un quadro rivisita la famosa “Pietà di Palestrina” dove Dalí si sofferma su Cristo e la Madonna trascurando la figura di San Giovanni Evangelista, ispirandosi forse, per il braccio senza vita di Gesù, alla “Morte di Marat” di David. L’altra tela riprende lo stesso volto di Cristo della medesima Pietà, a cui viene sovrapposto diagonalmente il viso di Giuliano de’ Medici, dando vita a un inquietante lirismo poetico.

Nella stanza dedicata al Paradiso è impossibile non notare come nell’acquarello della “Apparizione di Cristo (Canto XIV)” la postura del corpo di Gesù è la medesima del celebre “Cristo di San Juan de la Cruz” – a mio avviso il capolavoro di Dalí, e uno dei quadri più belli di ogni epoca. Nella “Estasi di Dante (Canto XV)” il genio di Figueres ci offre un nuovo gioco spaziale, mentre in “L’anglo del settimo cielo (Canto XXII)” e in “Gloria Patri (Canto XXVII) è riconoscibile il suo stilema di corpi slanciati fino all’inverosimile, uno dei simboli surrealisti a lui cari.
Nella stanza è presente anche il quadro ispirato alla scultura michelangiolesca di “Mosè”, dalla tomba di Giulio II, in cui Dalí illumina la figura con lunghe pennellate e impasti di gialli e bianchi; la figura sembra carica di un’elettricità emanata dalla collera.

 

Giuliano de' Medici

Giuliano de’ Medici

Si giunge poi a una stanza contenente i migliori quadri della mostra, che da soli valgono tutto il prezzo del biglietto.
Il dipinto “Giuliano de’ Medici” (1982), dalla tomba di Giuliano de’ Medici di Michelangelo, è di una suggestione stupefacente. La tela è divisa in due. Da un lato un paesaggio semideserto, nel quale un lungo viale sterrato conduce a una meta sconosciuta (forse ai Campi Elisi?) e due sole creature sedute su una roccia che sembrano contemplare un’attesa beckettiana. Dall’altro lato il volto di una scultura è tranciato da una crosta che rivela un compendio rigoglioso e notturno del paesaggio precedente. La dualità del quadro è riuscita sia nella metafisica ambientale sia nella bellezza raffaellesca della statua.
“Il guerriero” (1982), dalla tomba di Lorenzo de’ Medici di Michelangelo, è un quadro sulla falsariga del precedente. Anche qui si intravede un paesaggio metafisico e definitivo alle spalle della statua. Dall’elmo di questa un orologio (è lo stesso della celebre “Persistenza della memoria”) si sta liquefacendo, e dagli occhi sbucano due combattenti con lance. L’opera è il simbolo di una vita passata e gloriosa, che si trasfigura nel tempo sconosciuto dell’eternità.
La vera tela onnicomprensiva delle variegate anime rinascimentali è “Alla ricerca della quarta dimensione” (1979), in cui la riverenza verso i grandi mastri incontra la vena pseudo scientifica e il simbolismo daliniano. In primo piano si può ammirare un particolare della “Scuola di Atene” di Raffaello, sulla parte destra c’è una scena di battaglia ripresa da un disegno anch’esso di Raffaello e sulla sinistra è riportato un episodio dell’affresco de “La consegna delle chiavi a San Pietro” di Perugino. Si trovano anche elementi ricorrenti nelle opere dell’artista, come i cipressi e gli orologi molli, e un elemento geometrico: il dodecaedro. L’assieme racchiude il mistero – insito nell’animo dell’artista – di una dimensione temporale invisibile ai sensi percettivi eppure presente nella continuità spaziale delle immagini; il sapere rinascimentale (la “Scuola di Atene”), la spiritualità cristiana (la grotta col sasso poliedrico, forse un sepolcro), il mistero della morte (i cipressi presenti nei cimiteri) e l’eternità del tempo (gli orologi) formano un unicum inscindibile: un ponte tra passato e futuro.

 

Alla ricerca della quarta dimensione

Alla ricerca della quarta dimensione

Il percorso espositivo si chiude con un filo di Arianna che unisce gli elementi della mostra, costituito dalle illustrazioni che Dalí realizzò negli anni ’40 per raccontare la vita di Benvenuto Cellini: il leggendario passato dell’orafo fiorentino si congiunge alla vita del genio spagnolo e arriva fino a noi, oggi.