THINKING CLEAR: DUE CHIACCHIERE CON DUB FX AL VIPER THEATRE

di Virginia Fabbiani

Il 31 ottobre Benjamin Stanford, in arte Dub Fx, ha letteralmente riempito il Viper Theatre di Firenze.

Dopo la lunghissima gavetta come artista di strada Dub Fx ha dato una svolta alla sua carriera: ha pubblicato diversi album e ha suonato dal vivo in tutto il mondo. Da circa un mese è in giro per presentare il suo nuovo album: Thinking Clear.

Il tour sta percorrendo tutta l’Europa (Polonia, Repubblica Ceca, Germania, Italia, Francia, Spagna e tanti altri), con cui Dub Fx ha un legame molto forte, e si concluderà in Australia, sua terra natale.

Nella notte di Halloween hip hop, rap, dubstep e reggae si sono unite agli incredibili effetti musicali della loop station di Dub Fx e alla perfetta intesa tra i membri della sua band, il tutto accompagnato da un incredibile spettacolo di luci.

Ai brani del nuovo album si sono affiancati brani che hanno fatto la storia di Dub Fx, come “Don’t give up” e “Love me or not”. Degno di nota il duetto con il manager e amico storico di Ben, CAde, in un mash up esplosivo di “Back to Basics” e “Get down”.

Poco prima dell’esibizione abbiamo incontrato Dub Fx che ci ha concesso un’intervista; nel suo italiano  ̶  anzi toscano  ̶  perfetto abbiamo parlato di natura, social network, meditazione e, ovviamente, di musica!

 

Foto per gentile concessione di Ceres Eventi Firenze

Foto per gentile concessione di Ceres Eventi Firenze

 

Iniziamo parlando del tour. Come sta andando e come lo stai vivendo? 

Sta andando benissimo, è probabilmente il miglior tour che io abbia mai fatto, soprattutto perché sono molto più maturo rispetto all’inizio.

È il decimo anno che porto avanti il progetto Dub Fx e in passato l’organizzazione scarseggiava decisamente. Adesso è tutto molto più concentrato, faccio tantissime date una dietro l’altra, anche 5 a settimana.

Ho una grande crew intorno a me, sono tutti molto bravi, il tour manager, il “luciaio” (tecnico delle luci, ndr), il fonico e il gruppo che suona con me. Abbiamo anche il merchandising.

Sono tutti molto preparati, stiamo vendendo un sacco e facciamo sold out praticamente in tutti i posti in cui suoniamo. In questo momento penso di essere arrivato al livello più alto della mia carriera.

 

Com’è stato per te passare da suonare da solo per strada a dover dividere il palco con una band? In questo momento della tua carriera preferisci suonare in tour con una band piuttosto che da solo?

Quando ero solo e facevo l’artista di strada, era tutto diverso, mi dovevo occupare di tutto e c’era un unico modo di fare le cose. Invece quando ho i musicisti intorno a me posso iniziare subito a suonare, non devo perdere tre minuti a fare una base. Ho il basso, ho la tastiera e quindi posso iniziare subito a cantare e di conseguenza posso fare più pezzi.

Prima dovevo montare l’attrezzatura, registrare tutte le parti e poi iniziavo, era sicuramente bello da vedere per la gente, però musicalmente adesso è molto meglio e anche molto più maturo.

Prima di diventare Dub Fx ho suonato in tanti gruppi, mi piace suonare con altri ragazzi perché secondo me la mia arte viene meglio quando posso condividerla con altri e quando vengo ispirato da altre persone. Posso anche suonare da solo però arrivo a un certo punto in cui mi annoio.

I ragazzi con cui suono Andy V [sassofono e tastiera] e Evan Tweedie [basso] li conosco da molto tempo, avevamo un gruppo jazz insieme 13-14 anni fa, quando eravamo teenager, anche CAde, che oltre a essere il mio manager rappa insieme a me, lo conosco da quando avevamo 15 anni, quindi ho intorno a me gente che conosco da una vita e insieme lavoriamo benissimo. Poi c’è Draft, DJ e nostro tour manager, Niccolò, tecnico luci e Matteo, tecnico del suono.

 

Parliamo delle tue origini. Tu sei australiano ma ti sei affermato come Dub Fx in Europa. Dal punto di vista musicale e culturale l’Australia è tanto diversa dall’Europa? Saresti potuto diventare Dub Fx in Australia?

No. L’Europa è molto più avanti dell’Australia, soprattutto per via dell’Inghilterra. Parlando di musica l’Inghilterra è il centro e il cuore del mondo e in questo è molto diversa anche dall’America.

In America la musica tende ad essere più prodotto che arte, in Inghilterra è l’opposto. Certo, anche in Inghilterra ci sono prodotti musicali, però la gente apprezza più l’arte e secondo me è così in tutta l’Europa.

Gli inglesi spingono suoni e stili diversi molto più che nel resto dell’Europa.

L’Australia è molto indietro, musicalmente parlando è molto più simile al modello americano. Io vedo l’Australia come una grande fattoria, sono tutti rimasti molto indietro.

 

Foto per gentile concessione di Ceres Eventi Firenze

Foto per gentile concessione di Ceres Eventi Firenze

 

Per noi italiani spesso l’Australia è vista come una sorta di terra promessa, in cui andare a cercare fortuna. Moltissimi italiani si spostano verso l’Australia e si stabiliscono lì, mentre per te è stato l’opposto. Secondo te cosa spinge le persone a venire in Australia?

In realtà la vita in Australia è una bella vita se non fai arte. Ad esempio se lavori nell’edilizia, se fai l’architetto ma anche l’imbianchino, guadagni molto bene. Gli imbianchini in Australia prendono 70 dollari all’ora minimo, che sarebbero 60 euro circa, c’è chi ne prende anche 100 all’ora. È tanto, ma comunque la vita la costa molto.

 

Come ci hai appena detto, hai suonato in tanti gruppi e hai sperimentato molti generi diversi prima di diventare Dub Fx, dall’heavy metal, al jazz, alla techno. Tutte queste esperienze musicali che hai avuto in passato sono fondamentali per il tipo di musica che fai oggi? C’è una contaminazione di generi nella tua musica?

Sì, certamente. Per la mia arte non è fondamentale solo la musica, ma anche i film che guardo, i libri che leggo, la gente che conosco.

Per quanto riguarda la musica stilisticamente questi generi sono le mie basi, ma quando sono venuto in Inghilterra e in Europa ho cominciato ad ascoltare molta più musica elettronica, prima facevo roba più jazz, hip hop, reggae e heavy metal, roba da band.

Ascoltavo anche un po’ di techno in Australia, però ad esempio drum and bass, dubstep e garage non c’erano.

 

In alcune interviste hai detto che da ragazzo volevi diventare una pop star, fare soldi e andare su MTV. Adesso vedendo il percorso che hai fatto e anche ascoltando il tuo ultimo album “Thinking clear” si sente una certa criticità verso l’industria musicale. Cos’è cambiato in questi anni? Hai capito che quel mondo non fa per te?

Più che sull’industria musicale sono diventato più critico nei miei confronti. L’industria pop esiste e io non posso giudicarla, posso solo giudicare me stesso in rapporto a quel mondo.

Ora ho capito che quel mondo non va bene per me, che non è in linea con quelli che sono i miei pensieri e con quello in cui credo. Non sono interessato a fare un prodotto, quello che mi interessa è esprimermi attraverso l’arte.

Certo, questa strada è molto più difficile. Specialmente in questo momento sono in pochi a poter fare veramente arte, per come la intendo io.

Quello che mandano in radio e in tv ormai è solo prodotto, non c’è nessuno lì che fa arte. Alcuni magari iniziano nel modo giusto come Justin Timberlake, però poi negli anni cambiano e anche lui adesso, secondo me, sta facendo un prodotto. Quindi se vuoi fare musica che sia anche arte puoi solo rimanere underground.

Arrivare a quel livello non mi interessa più, non voglio cambiare per entrare in un mondo che non mi appartiene. Io in quel mondo non avrei successo perché non sarei credibile. Non potrei mai cantare una hit in maniera credibile.

 

Ascoltando i tuoi pezzi e soprattutto quelli del tuo ultimo album, si nota una particolare attenzione per i testi; spesso ricorrono temi come la natura e la meditazione. Nella tua vita di tutti i giorni il rapporto con la natura e con la meditazione è fondamentale per te?

Sì, molto. Ho vissuto in un furgone per 6 anni, in giro per tutte le città d’Europa. Mi esibivo per strade sempre piene di gente, facevo la mia arte e poi mi impegnavo per vendere i cd. Era un gran casino.

Ora che sono in tour prendo aerei quasi tutti i giorni, ci muoviamo in furgone e suoniamo in tantissimi locali sudici e puzzolenti. Questo arriva ad essere molto stressante.

Quando sono riuscito a mettere da parte un po’ di soldi ho deciso di comprarmi una casa nel bosco, fuori dal “Babylon”. La maggior parte dell’anno sono in tour, quindi quei 4-5 mesi che sono a casa ho bisogno di stare tranquillo.

La natura per me è fonte di ispirazione, secondo me tutti gli esseri umani dovrebbero essere in contatto con la natura. Tante persone lavorano tutto il giorno, il weekend potrebbero andare al parco, in campagna.

Durante il tour è impossibile avere dei giorni liberi in cui posso stare a contatto con la natura, sono sempre in viaggio, o negli hotel o nei locali, quindi quando torno a casa mi piace rifugiarmi nella natura, nel silenzio e nella pace.

 

Foto per gentile concessione di Ceres Eventi Firenze

Foto per gentile concessione di Ceres Eventi Firenze

 

Tornando a parlare di musica, e soprattutto di musica alternativa che ha difficoltà ad affermarsi con i tradizionali canali di comunicazione, ci potresti consigliare degli artisti che stimi e che magari proprio perché fanno musica alternativa hanno più difficoltà a farsi conoscere?

Certo. Uno dei miei gruppi preferiti è Fat Freddy’s Drop, loro vengono dalla Nuova Zelanda e fanno della musica bellissima.

Un altro gruppo che mi piace molto sono i Hiatus Kaiyote dall’Australia, fanno un genere tra il future soul e l’hip hop, simile a Erykah Badu ma con un suono molto più nuovo, sono dei musicisti incredibili.

Il mio vocalist preferito in assoluto si chiama Pete Philly, è un cantante e rapper olandese, è un mio amico, lo conosco da un po’ di tempo, per tanti anni sono stato suo fan e poi l’ho conosciuto; abbiamo anche lavorato insieme ma resto prima di tutto un suo grande fan.

Un altro artista simile a lui è Chords, che ha fatto un album che si chiama Looped State of Mind, che secondo me è uno degli album hip hop più belli mai fatti. Come Pete Philly anche lui è praticamente sconosciuto, anche perché parla di cose troppo vere e troppo scomode.

 

Fai spesso molte dirette su Facebook in cui rispondi alle domande dei tuoi fans, sono importanti per te i social per rafforzare il legame che hai con chi ti segue?

La mia carriera è iniziata in strada, ho cominciato così e quindi già prima parlavo direttamente con le persone che venivano ad ascoltarmi. Ero io che vendevo loro i miei cd. Ho sempre avuto un rapporto personale con chi mi seguiva, i social hanno aumentato le possibilità di poter raggiungere i miei fans.

Stabilire un rapporto con loro per me è sempre stata una cosa molto naturale. I social li uso ma se domani internet esplodesse non sarebbe un problema per me, tornerei in strada a parlare direttamente con le persone come facevo prima.

 

C’è un locale, un festival o una città in cui sogni di suonare ma in cui non hai ancora suonato?

Non ho mai suonato al Rototom Sunsplash, il festival reggae. Sarebbe molto forte suonare lì!